Dopo un licenziamento resta traccia? Cosa sa il nuovo datore
In breve
Dopo un licenziamento resta una traccia solo nei dati amministrativi: l’azienda comunica per via telematica la fine del rapporto e quei dati vanno a INPS, INAIL, Regioni e Ispettorato. Non esiste un registro dei licenziamenti che un nuovo datore possa consultare. Chi vuole assumerti non può fare indagini su fatti che non riguardano la tua capacità professionale, e nel curriculum non devi scrivere perché sei uscito. Intanto non perdere i 60 giorni per impugnare.
Sei stato licenziato e ora cerchi un nuovo lavoro. La domanda che ti tiene sveglio è sempre la stessa: dopo un licenziamento resta traccia? Cosa sa il nuovo datore quando leggerà il tuo curriculum o ti chiamerà per un colloquio? La risposta è più rassicurante di quanto pensi, ma ci sono alcune cose da sapere e un paio di errori da non fare.
Dopo un licenziamento resta traccia? Dove finiscono i tuoi dati
Quando un rapporto di lavoro finisce, il datore di lavoro deve comunicarlo al servizio pubblico competente, come fa quando assume. Lo prevede il decreto legislativo 181 del 2000 (articolo 4-bis): le comunicazioni di assunzione, cessazione, trasformazione e proroga valgono anche verso l’Ispettorato, l’INPS e l’INAIL.
Il decreto legislativo 150 del 2015 (articolo 13) aggiunge che queste comunicazioni arrivano per via telematica al Ministero del lavoro, che le mette a disposizione dell’ANPAL, delle Regioni, dell’INPS, dell’INAIL e dell’Ispettorato nazionale del lavoro «per le attività di rispettiva competenza». Gli stessi dati confluiscono nel sistema informativo pubblico insieme alla tua scheda anagrafica e professionale, cioè la scheda dei centri per l’impiego con il tuo percorso di lavoro e di formazione.
In pratica: la fine del rapporto resta registrata negli archivi pubblici, perché serve per la disoccupazione, i contributi e i controlli. Ma nessuna delle norme che regolano questi archivi prevede un elenco dei licenziati aperto alle aziende. Per le eventuali letture da parte di altri soggetti la stessa legge richiama il rispetto della protezione dei dati personali.
Cosa sa il nuovo datore e cosa può chiederti
Qui entra in gioco una regola dello Statuto dei lavoratori, l’articolo 8 della legge 300 del 1970. Vieta al datore di lavoro, «ai fini dell’assunzione», di fare indagini, «anche a mezzo di terzi», sulle tue opinioni politiche, religiose o sindacali e su «fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore».
Questo significa che chi ti vuole assumere può valutare quello che sai fare, l’esperienza, le competenze. Non può mettersi a scavare nella tua vita, né chiedere al vecchio datore informazioni che non c’entrano con il lavoro da svolgere. Il Codice della privacy (articolo 113) richiama espressamente questo divieto.
Lo stesso vale per le agenzie per il lavoro e per gli altri soggetti autorizzati alla selezione del personale. Il decreto legislativo 276 del 2003 (articolo 10) vieta loro di fare indagini o preselezioni in base, tra l’altro, a «eventuali controversie con i precedenti datori di lavoro», salvo che si tratti di caratteristiche che incidono sul modo di svolgere l’attività.
Attenzione però: il limite è la rilevanza per il lavoro. Se un fatto riguarda davvero l’affidabilità richiesta per quelle mansioni, il datore può tenerne conto, come mostra uno dei casi raccontati più sotto.
Cosa fare subito dopo il licenziamento
- Segna la data in cui hai ricevuto la lettera. Da quel giorno hai 60 giorni per impugnare il licenziamento con un qualsiasi atto scritto, anche fuori dal tribunale. Poi, entro i successivi 180 giorni, va depositato il ricorso o chiesto il tentativo di conciliazione o l’arbitrato. Lo prevede l’articolo 6 della legge 604 del 1966. Cercare un nuovo lavoro non ferma questi termini.
- Chiedi la NASpI. È l’indennità di disoccupazione e spetta a chi ha perso il lavoro senza volerlo e ha almeno tredici settimane di contributi nei quattro anni precedenti (articolo 3 del decreto legislativo 22 del 2015). La domanda va fatta all’INPS online entro sessantotto giorni dalla fine del rapporto, e la prestazione decorre dall’ottavo giorno successivo (articolo 6).
- Aggiorna il curriculum senza motivazioni. Indica periodo, azienda e mansioni. Il motivo dell’uscita non va scritto: nessuna norma lo richiede.
- Prepara la risposta per il colloquio. Se ti chiedono perché il rapporto è finito, rispondi in modo breve, vero e orientato al futuro: «Il rapporto si è concluso, ora cerco un ruolo in cui usare queste competenze». Non dire falsità e non parlare male dell’ex azienda.
- Conserva le prove se l’ex datore parla di te. Messaggi, email, testimoni che riferiscono commenti offensivi sul tuo licenziamento: possono servire per chiedere un risarcimento.
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Cosa hanno deciso i giudici
Un lavoratore di uno stabilimento petrolchimico era stato licenziato tre volte in pochi mesi, e tutti i licenziamenti erano stati dichiarati illegittimi. I giudici di Bologna gli avevano riconosciuto anche 50.000 euro per licenziamento ingiurioso, cioè offensivo della sua dignità, perché le accuse erano gravi e la notizia si era diffusa nell’ambiente.
La Cassazione ha cancellato quella somma. Il risarcimento in più spetta solo se ci sono «particolari forme o modalità offensive» o una pubblicità ingiustificata data al licenziamento, e chi le denuncia deve provarle. Qui la notizia era circolata perché, con il licenziamento, gli era stato tolto il badge per entrare: un fatto inevitabile, non una scelta dell’azienda. Per te significa che il vecchio datore non può sbandierare il tuo licenziamento, ma serve la prova di un suo comportamento concreto.
Il direttore generale di una società di trasporto pubblico era stato licenziato per giusta causa, e il licenziamento era stato poi dichiarato illegittimo. La notizia era uscita sulla stampa il giorno dopo la decisione del consiglio di amministrazione, ancora prima che lui ricevesse la lettera.
I giudici hanno ritenuto non provato che fosse stata la società a passare la notizia ai giornali, e la Cassazione ha confermato. La lezione è pratica: se pensi che l’ex datore ti stia rovinando la reputazione, raccogli subito elementi concreti su chi ha parlato, con chi e quando.
Un ex lavoratore a termine di Poste Italiane era in graduatoria per essere assunto come addetto al recapito. Tra i documenti richiesti c’era il certificato dei carichi pendenti, dal quale risultavano due procedimenti penali per furto e minaccia, e l’azienda ha sospeso l’assunzione.
La Cassazione ha dato ragione a Poste: chi assume può chiedere requisiti legati all’attitudine alle mansioni, e chi maneggia la corrispondenza deve godere di un’alta fiducia. È il rovescio della medaglia del divieto di indagini: quello che conta per il lavoro può essere valutato, quello che non c’entra no.
Gli errori da evitare
- Rinunciare a impugnare per paura di essere «schedato». Le agenzie per il lavoro non possono selezionarti in base a controversie con i precedenti datori. Se lasci scadere i 60 giorni, invece, perdi la possibilità di contestare il licenziamento.
- Mentire al colloquio. Non sei obbligato a raccontare i dettagli, ma una bugia scoperta pesa più del licenziamento. Meglio una risposta breve e vera.
- Dimenticare la NASpI. I sessantotto giorni per la domanda corrono dalla fine del rapporto, anche se stai già facendo colloqui.
- Dare per scontato che una referenza negativa sia lecita. Se l’ex datore diffonde notizie offensive, conserva le prove e fatti consigliare prima di reagire.
Se vuoi capire come contestare la lettera che hai ricevuto, leggi la nostra guida su come impugnare il licenziamento e quali termini rispettare. Se il licenziamento è disciplinare e ti sembra una punizione esagerata rispetto a quello che è successo, può esserti utile l’articolo sul licenziamento disciplinare sproporzionato.
Domande frequenti
Il licenziamento risulta nel curriculum?
No. Il curriculum lo scrivi tu e nessuna norma ti obbliga a indicare perché è finito un rapporto di lavoro. Puoi indicare date, azienda e mansioni, senza aggiungere il motivo dell’uscita.
Il nuovo datore sa del licenziamento?
La comunicazione di cessazione che l’azienda invia per via telematica va alle amministrazioni pubbliche, come INPS, INAIL, Regioni e Ispettorato, per le loro attività. Non è un registro dei licenziamenti aperto alle aziende: di solito il nuovo datore lo sa solo se glielo dici tu o se lo viene a sapere da altri.
Il vecchio datore può parlare male di me a chi vuole assumermi?
Il nuovo datore non può fare indagini, nemmeno tramite altre persone, su fatti che non riguardano la tua capacità professionale. Se l’ex datore diffonde la notizia del licenziamento in modo offensivo puoi chiedere un risarcimento, ma devi provare che è stato lui e che ti ha danneggiato.
Se faccio causa al vecchio datore, le agenzie per il lavoro possono scartarmi?
No. La legge vieta alle agenzie per il lavoro di selezionare i candidati in base a eventuali controversie con i precedenti datori di lavoro, salvo casi particolari legati all’attività da svolgere. Impugnare un licenziamento non deve diventare un marchio.
Dopo un licenziamento ho diritto alla NASpI?
La NASpI spetta a chi ha perso il lavoro senza volerlo e ha almeno tredici settimane di contributi nei quattro anni precedenti. La domanda va presentata all’INPS online entro sessantotto giorni dalla fine del rapporto, e puoi chiederla anche mentre impugni il licenziamento.
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