Licenziamento per chiusura della sede: quando è illegittimo
In breve
Se ti licenziano perché chiude la sede o la filiale in cui lavori, il licenziamento non è valido in automatico. L’azienda deve dimostrare che il tuo posto è stato davvero eliminato e che non poteva spostarti altrove, anche in un’altra sede o in mansioni diverse. Se non lo prova, il giudice può dichiarare il licenziamento illegittimo e riconoscerti un’indennità in denaro, anche quando la crisi è reale. Hai 60 giorni dalla ricezione della lettera per contestarlo per iscritto.
Hai ricevuto una lettera di licenziamento per chiusura della sede in cui lavori? Magari l’azienda è davvero in difficoltà e pensi che non ci sia niente da fare. Non è detto. Anche quando la crisi è vera, il licenziamento può essere illegittimo, cioè contrario alla legge, se l’azienda non ha fatto tutto quello che doveva per tenerti.
Licenziamento per chiusura della sede: cosa deve provare l’azienda
Quando l’azienda ti licenzia per ragioni di organizzazione e non per un tuo comportamento, si parla di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La chiusura di una filiale, di un reparto o di un ufficio è l’esempio più comune.
Il giudice, seguendo la Cassazione, controlla tre cose:
- Il posto è stato davvero eliminato. Non basta dirlo nella lettera: deve essere successo.
- La scelta è reale, non un pretesto. Il giudice non decide se chiudere la filiale fosse una buona idea, ma verifica che non sia una scusa per mandare via proprio te.
- Non c’era modo di impiegarti altrove. È il cosiddetto repêchage, cioè l’obbligo di “ripescarti” in un altro posto disponibile, anche in un’altra sede o in mansioni diverse.
La prova di tutti e tre i punti spetta all’azienda. Tu non sei tenuto a indicare quali posti liberi c’erano. Più l’azienda è grande e ha sedi sparse, più il giudice è esigente su questa verifica.
Cosa fare subito
- Conserva la lettera e annota la data in cui l’hai ricevuta. Da quel giorno partono i termini. Attenzione: se ti leggono la lettera sul posto di lavoro e tu ti rifiuti di firmarla, la comunicazione si considera comunque ricevuta.
- Contesta il licenziamento per iscritto entro 60 giorni. La legge (articolo 6 della legge 604 del 1966) chiede un qualsiasi atto scritto, anche fuori dal tribunale, che renda chiara la tua volontà di contestarlo; può farlo anche il sindacato. Meglio usare la PEC o la raccomandata, così hai la prova della data.
- Rispetta il secondo termine di 180 giorni. Entro i 180 giorni successivi alla contestazione va depositato il ricorso in tribunale, oppure va comunicata all’azienda la richiesta di conciliazione o di arbitrato. Altrimenti la contestazione perde efficacia.
- Raccogli informazioni sulle altre sedi. Quante filiali ha l’azienda, quanti dipendenti, se ci sono colleghi con le tue stesse mansioni altrove, se hai già lavorato da remoto o per un’altra sede. Sono gli elementi su cui si gioca la causa.
- Non firmare accordi o rinunce in fretta. Prima falli leggere a un avvocato del lavoro: una firma può chiudere strade che oggi sono aperte.
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Cosa hanno deciso i giudici
Un’impiegata commerciale, in azienda dal 2017 e part-time, lavorava nella filiale di Napoli di un’agenzia per il lavoro con circa 1.670 dipendenti. A fine marzo 2025 la filiale viene chiusa: l’azienda aveva perdite milionarie e aveva già chiuso nove sedi. La crisi era vera e il posto era stato davvero eliminato.
Il problema era un altro. Sulla possibilità di ricollocarla, l’azienda ha portato solo la parola di una dirigente: la verifica era stata fatta “in sede aziendale”, senza parlarne con la lavoratrice. Nessun confronto con i colleghi con le stesse mansioni nelle altre filiali, nessuna proposta di trasferimento, anche se la lavoratrice pochi mesi prima lavorava da remoto per un’altra sede.
Risultato: licenziamento illegittimo e un’indennità di dieci mensilità, pari a 19.873,40 euro, più interessi. Niente ritorno al posto, perché la chiusura era reale. La lavoratrice sosteneva anche di essere stata licenziata solo a voce, ma il giudice non le ha dato ragione: la lettera le era stata letta davanti a due testimoni, che avevano annotato il suo rifiuto di firmare.
Cosa significa per te: se lavori in un’azienda grande con più sedi e nessuno ti ha proposto un’alternativa, il licenziamento può essere contestato anche se la crisi è vera.
Un responsabile di un ufficio commerciale è stato licenziato dopo che un progetto di riorganizzazione era fallito in piena crisi aziendale. Contestava sia il motivo sia la mancata ricollocazione, e sosteneva che fosse una vendetta.
I giudici hanno dato ragione all’azienda: il posto era stato eliminato davvero, la ricerca di un’alternativa era stata fatta correttamente e la tesi della vendetta non era provata.
Cosa significa per te: non ogni licenziamento per crisi è contestabile con successo. Per questo conviene far valutare subito i documenti, per capire dove l’azienda è scoperta e dove no.
Gli errori da evitare
- Pensare che la crisi chiuda la partita. Anche con bilanci in rosso l’azienda deve provare di non poterti impiegare altrove.
- Rifiutarti di ricevere la lettera sperando che il licenziamento non valga. Se te la consegnano sul posto di lavoro, il rifiuto non ti protegge: la comunicazione si considera arrivata.
- Lasciar passare i 60 giorni. Dopo, il licenziamento non si può più contestare, anche se era ingiusto.
- Dare per scontato il ritorno al lavoro. Quando la chiusura è vera e manca solo la ricerca di un’alternativa, come a Napoli, il giudice ha riconosciuto un’indennità e non il rientro. Meglio saperlo prima, per decidere con calma.
- Non raccogliere informazioni finché sei in tempo. Nomi delle sedi, colleghi, offerte mai arrivate: dopo qualche mese sono più difficili da ricostruire.
Se vuoi sapere passo per passo come si contesta un licenziamento, leggi la nostra guida su come impugnare il licenziamento. Per capire come sono cambiate le tutele per chi è stato assunto con il Jobs Act, trovi tutto nell’articolo su il Jobs Act dopo le sentenze della Corte costituzionale. E se vuoi un parere sul tuo caso, ecco come lavoriamo sui licenziamenti.
Domande frequenti
Possono licenziarmi se chiude la sede dove lavoro?
Sì, la chiusura di una sede può essere un motivo valido. Ma l’azienda deve dimostrare che il tuo posto è stato davvero eliminato e che non poteva impiegarti altrove, anche in un’altra sede o in mansioni diverse. Se non lo prova, il licenziamento è illegittimo.
Entro quanto tempo devo impugnare il licenziamento?
Entro 60 giorni dal giorno in cui hai ricevuto la lettera, con un qualsiasi atto scritto, anche tramite il sindacato. Poi, entro i 180 giorni successivi, va depositato il ricorso in tribunale oppure comunicata all’azienda la richiesta di conciliazione o di arbitrato.
Se l’azienda non mi ha proposto un trasferimento torno al lavoro?
Non necessariamente. Nel caso deciso dal Tribunale di Napoli nel 2026 la chiusura era reale: il licenziamento è stato dichiarato illegittimo, ma alla lavoratrice è stata riconosciuta un’indennità di dieci mensilità e non il rientro.
Se mi rifiuto di firmare la lettera di licenziamento, il licenziamento non vale?
No. Il lavoratore deve ricevere sul posto di lavoro le comunicazioni del datore: se le rifiuta, la comunicazione si considera comunque avvenuta. Il Tribunale di Napoli ha applicato proprio questo principio.
Quanto posso ottenere se il licenziamento per chiusura della sede è illegittimo?
Dipende dalla data di assunzione, dagli anni di servizio e dalle dimensioni dell’azienda. Per chi è assunto con il contratto a tutele crescenti la legge prevede un’indennità tra 6 e 36 mensilità, ridotta nelle aziende più piccole. Serve guardare il tuo caso concreto.
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