14 Giugno 2019

Molestie sul lavoro: cosa fare e come difendersi

In breve

Se subisci molestie sul lavoro, la prima cosa da fare è mettere al sicuro le prove: messaggi, email, date, nomi di chi ha visto. Poi segnala i fatti per iscritto all’azienda, che per legge deve proteggerti e intervenire. Chi denuncia molestie non può essere sanzionato, trasferito o licenziato per questo: un licenziamento di ritorsione è nullo. Se l’azienda non agisce, puoi rivolgerti al giudice del lavoro, anche con un procedimento d’urgenza.

Molestie sul lavoro: cosa fare quando un capo o un collega ti mette a disagio con battute, messaggi, attenzioni insistenti o richieste che non vuoi? Spesso fa paura parlarne, soprattutto se chi molesta decide del tuo contratto. Qui trovi cosa dice la legge, quali tutele hai e come muoverti passo per passo.

Che cosa sono le molestie e le molestie sessuali sul lavoro

La legge di riferimento è il Codice delle pari opportunità (decreto legislativo 198 del 2006), all’articolo 26. Distingue due situazioni, e le considera entrambe una forma di discriminazione, cioè un trattamento ingiusto legato al sesso.

  • Molestie: comportamenti indesiderati, tenuti per ragioni connesse al sesso, che hanno lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.
  • Molestie sessuali: comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, con lo stesso scopo o lo stesso effetto.

Due parole contano più di tutte: indesiderati ed effetto. Non serve che chi molesta “volesse” offenderti: basta che il suo comportamento, che tu non volevi, abbia leso la tua dignità. Rientrano qui battute volgari, messaggi a sfondo sessuale, foto non richieste, contatti non graditi, inviti insistenti. Possono colpire donne e uomini.

Le tutele che la legge ti riconosce

  • È discriminazione anche il trattamento meno favorevole che subisci per aver rifiutato le molestie o per esservi sottomessa.
  • Sono nulli, cioè senza effetto, gli atti sul tuo rapporto di lavoro (un trasferimento, un cambio di mansioni, un licenziamento) adottati come conseguenza del rifiuto o della sottomissione.
  • Chi agisce in giudizio per molestie non può essere sanzionato, demansionato, licenziato o trasferito a causa della denuncia. Il licenziamento ritorsivo, cioè fatto per vendetta, è nullo.
  • Queste tutele non valgono solo se la denuncia risulta infondata o se chi denuncia viene ritenuto responsabile, anche con una sentenza di primo grado, di calunnia o diffamazione.

Gli obblighi del datore di lavoro

Il datore di lavoro deve adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale di chi lavora (articolo 2087 del codice civile). Lo stesso articolo 26 lo richiama: l’azienda deve garantire condizioni di lavoro che proteggano la dignità di tutti, anche con iniziative di informazione e formazione per prevenire le molestie. Se segnali una molestia, l’azienda non può far finta di niente.

Molestie sul lavoro: cosa fare subito

  1. Metti al sicuro le prove. Salva chat, email, messaggi vocali e foto ricevute. Fai screenshot in cui si vedano data, ora e mittente, e conserva anche il telefono o i file originali. Non cancellare nulla, nemmeno le tue risposte imbarazzate: mostrano il disagio che provavi.
  2. Tieni un diario. Annota ogni episodio appena accade: giorno, ora, luogo, parole usate, chi era presente. Un racconto scritto a caldo è molto più credibile di un ricordo lontano.
  3. Individua i testimoni. Colleghi che hanno visto o sentito e persone a cui ti sei confidata. Segnati i loro nomi.
  4. Se stai male, vai dal medico. Se le molestie incidono sulla tua salute, certificati e cure documentano il danno.
  5. Segnala per iscritto all’azienda. Scrivi alla direzione o all’ufficio del personale, e se esiste una consigliera di fiducia o un codice di condotta usali. Conserva copia di ciò che invii: da quel momento l’azienda è informata e deve agire.
  6. Fatti assistere. Un avvocato del lavoro, un sindacato o la consigliera di parità possono aiutarti. Il Codice delle pari opportunità prevede un procedimento rapido contro le discriminazioni sul lavoro (e le molestie, per legge, lo sono): il tribunale del lavoro del luogo dei fatti, entro i due giorni successivi al ricorso, convoca le parti e, se riconosce la violazione, ordina di far cessare il comportamento e di rimuoverne gli effetti, e può disporre il risarcimento del danno, anche non patrimoniale.

Un aiuto importante riguarda le prove. Se porti al giudice elementi di fatto precisi e concordanti che fanno presumere la discriminazione, tocca all’azienda dimostrare che non c’è stata (articolo 40 del Codice). Per questo raccogliere bene i fatti fa la differenza.

Hai ricevuto una lettera di licenziamento o una contestazione? I tempi per difendersi sono brevi: scopri come possiamo aiutarti oppure scrivici su WhatsApp.

Cosa hanno deciso i giudici sulle molestie sul lavoro

Il capo molestava una collega via WhatsApp: licenziamento confermato
Tribunale di Treviso, sezione lavoro, sentenza n. 28 del 15 gennaio 2026

Un responsabile di servizio di una società aeroportuale aveva sotto di sé una collega assunta a termine. Era proprio lui a doverne valutare il lavoro, e da quelle valutazioni dipendevano il rinnovo del contratto e la conferma nel nuovo ruolo. Per circa cinque mesi, da ottobre 2023 a marzo 2024, le aveva scritto su WhatsApp abbracci e richieste di baci non graditi, commenti sull’abbigliamento, inviti a casa, fino all’invio di foto intime non richieste.

La lavoratrice si è rivolta al direttore dello scalo e poi, con l’aiuto della consigliera di fiducia, ha presentato una segnalazione formale. L’azienda gli ha contestato i fatti con una lettera di sedici pagine, trascrivendo i messaggi con data e ora, e lo ha licenziato per giusta causa. Il giudice ha respinto tutte le sue obiezioni: la chat bastava a provare i fatti, e conta l’effetto dei comportamenti sulla dignità della vittima, non l’intenzione di chi li compie.

Non è invece richiesta anche la dimostrazione dell’intenzione soggettiva del molestatore di tenere un comportamento indesiderato al fine di ledere la dignità della collega.

Cosa significa per te: i messaggi conservati e una segnalazione chiara possono bastare. Anche le risposte timide e le emoticon “di circostanza” della lavoratrice sono state lette come imbarazzo e paura di ritorsioni, non come consenso.

Una pagina di agenda e una email entrano nel processo
Cassazione, sezione lavoro, ordinanza n. 123 del 4 gennaio 2025

Un’avvocata dipendente di un’azienda di servizi sociali lamentava un clima di lavoro pesante creato dal direttore generale, che in una nota l’aveva chiamata con un appellativo volgare e aveva programmato contro di lei “azioni di disturbo”. I giudici le hanno riconosciuto il risarcimento del danno alla salute. L’azienda sosteneva che la fotocopia di una pagina di agenda con l’insulto e una email non potessero essere usate, perché ottenute in modo illecito e senza firma.

La Cassazione ha confermato la decisione: nel processo del lavoro anche documenti non firmati possono contare, e una prova non diventa inutilizzabile solo perché raccolta in modo irregolare, ferme restando le eventuali responsabilità di chi l’ha presa. Ha aggiunto che, se il lavoratore è più fragile, gli obblighi di protezione dell’azienda aumentano.

L’azienda deve dimostrare di aver fatto tutto per proteggerti
Cassazione, sezione lavoro, ordinanza n. 10730 del 23 aprile 2025

Una funzionaria pubblica chiedeva il risarcimento per una sindrome ansioso-depressiva legata al suo ambiente di lavoro. In appello le era stato detto no perché mancava una persecuzione sistematica. La Cassazione ha annullato la decisione: al lavoratore spetta provare il danno e il collegamento con l’ambiente di lavoro, all’azienda provare di aver adottato tutte le misure necessarie per prevenirlo.

Gli errori da evitare

  1. Cancellare le chat “per non pensarci”. Senza quei messaggi diventa la tua parola contro la sua.
  2. Lamentarsi solo a voce. Una confidenza al collega non obbliga l’azienda a nulla. Una segnalazione scritta, invece, la mette davanti alle sue responsabilità.
  3. Aspettare che passi. Più tempo passa, più è difficile ricostruire i fatti.
  4. Dimettersi d’impulso. Prima di lasciare il lavoro, fatti consigliare.
  5. Pensare che serva un’aggressione fisica. Messaggi, battute e richieste indesiderate bastano: la legge guarda all’effetto sulla tua dignità.

Se stai valutando di registrare una conversazione con chi ti molesta, leggi prima il nostro approfondimento su cosa succede se registri il tuo capo. Se invece dopo la denuncia sei stata licenziata, controlla subito come impugnare il licenziamento e in che tempi.

Domande frequenti

Cosa si intende per molestie sessuali sul lavoro?

Sono comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, fisici, verbali o non verbali, che violano la dignità di chi li subisce e creano un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Possono essere battute, messaggi, foto, contatti o richieste insistenti.

Posso essere licenziata se denuncio le molestie sul lavoro?

No. Chi agisce in giudizio per molestie non può essere sanzionato, demansionato, licenziato o trasferito a causa della denuncia, e il licenziamento ritorsivo è nullo. La tutela viene meno solo se la denuncia risulta infondata o in caso di responsabilità per calunnia o diffamazione.

Come si dimostrano le molestie sul lavoro?

Con chat, email, foto, un diario degli episodi, testimoni e certificati medici. Se porti al giudice elementi precisi e concordanti che fanno presumere la discriminazione, spetta all’azienda provare che non c’è stata.

Cosa rischia il capo o il collega che molesta?

Può essere licenziato per giusta causa. Il Tribunale di Treviso, nel 2026, ha confermato il licenziamento di un responsabile che aveva molestato via WhatsApp una collega a lui sottoposta.

Il datore di lavoro è responsabile se non interviene?

Sì, può esserlo. L’azienda deve adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale di chi lavora e deve provare di averle adottate; se non lo fa, può dover risarcire il danno.

Avvertenza
Il presente articolo ha finalità esclusivamente divulgative e informative. Non costituisce parere legale né consulenza professionale. Le informazioni riportate si basano su pronunce della Corte di Cassazione e dei giudici di merito reperite nella banca dati BuddaLaw e possono non riflettere l’evoluzione normativa o giurisprudenziale successiva alla data di pubblicazione. Per ogni questione specifica si raccomanda di rivolgersi a un professionista abilitato. L’autore e il gestore del sito declinano ogni responsabilità per l’uso improprio delle informazioni qui contenute.

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